Eccesso di zelo, ipocondria e non solo. L’ipermedicalizzazione sfidata dalla slow medicine

Ipermedicalizzazione. “Il troppo stroppia” dice un vecchio, ma non desueto, proverbio. E quando il “troppo” si applica alla medicina può diventare sia pericoloso che altamente nocivo per la salute. Si chiama ipermedicalizzazione ed è una tendenza che, negli ultimi anni, sta colpendo i pazienti più ansiosi. Ma non solo, non risparmia neppure molti professionisti della salute. A sostenerlo è il British Medical Journal con la sua campagna a diffusione capillare Too Much Medicine: secondo la rivista online sempre più medici tenderebbero a focalizzarsi – a volte fino all’eccesso – sulla ricerca di “malattie in erba” nei pazienti sani, piuttosto che sulla corretta medicalizzazione di quelli già affetti da patologieToo Much Medicine invita gli attori del comparto sanitario a concentrare i loro sforzi su chi è realmente malato, intervenendo su chi sta bene solo in caso di effettiva necessità.

Quali sono le cause dell’ipermedicalizzazione?

Può sembrare inspiegabile che i professionisti della salute possano peccare di eccesso di zelo. Eppure il panorama medico sta cambiando e ciò è dovuto, in parte, alla modifica di quelle che finora sono state le definizioni “tradizionali” delle diverse malattie. Come un dizionario si arricchisce di nuovi lessemi, anche il vocabolario medico modifica le sue voci in base ai progressi della scienza. Questo implica, di fatto, che persone con sintomi di media o bassa gravità possano essere considerate “malate” prima ancora che manifestino sintomi degni di particolare nota. Ma non è tutto. Se i programmi organizzati di screening salvano la vita a molte persone, nelle menti più ansiose possono innescare una vera e propria ipocondria. Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha visto almeno un amico auto-diagnosticarsi una grave forma influenzale dopo un singolo starnuto. Ecco spiegato l’effetto che la tendenza all’ipermedicalizzazione gioca sulle nature più plasmabili, con effetti, ma soprattutto costi, altamente impattanti sul sistema sanitario nazionale.

Ipermedicalizzazione e consumismo sanitario

La colpa dell’ipermedicalizzazione non è da imputare unicamente agli interventi medici, sono infatti diverse le cause che spingono le persone ad andare a trovare un po’ troppo spesso il dottore. In una società orientata verso il consumismo, molte case farmaceutiche cavalcano la cresta dell’onda grazie al cosiddetto consumismo sanitario; che vede la salute come una merce soggetta alle stesse leggi regolanti la compravendita di un qualsiasi altro prodotto. In sostanza, tramite campagne di marketing studiate ad hoc, insinuano o fomentano un bisogno che potrà essere soddisfatto solo grazie all’acquisto di quel particolare medicinale. Il principio è stesso che domina, ad esempio, la vendita dei robot-giocattolo o degli yogurt alla fragola: non sono certo beni di necessità primaria, eppure non mancano mai nelle case degli italiani. Le regole del mercato non diventano meno ciniche quando si parla di sanitàbenessere.

Slow Medicine contro l’ipermedicalizzazione

In Italia, la crociata della campagna Too Much Medicine viene combattuta da Slow Medicine, cugina non troppo lontana del marchio Slow Food. Il suo motto? “Fare di più non significa fare meglio”. Più che di un claim si tratta di una dichiarazione d’intenti, considerato l’approccio approccio che la rete di professionisti sanitari mette in atto: una medicina sobria, rispettosa e giusta, che agisce con moderazione ed essenzialità. Rispettare il paziente può infatti significare non assecondarne le tendenze ipocondriache, promuovendo una comunicazione costruttiva, che faccia l’interesse della sua salute anziché quello delle case farmaceutiche. Le cure slow sono appropriate e di buona qualità, mettono in atto sinergie tra professionisti, in grado di valutare con obiettività l’effettiva gravità del problema. Insomma, il miglior rimedio contro l’ipermedicalizzazione sembra essere la trasparenza e la buona comunicazione dottore-paziente. E per “dottore” si intende quello vero, con camice e stetoscopio, non il dottor Google, laureato in Medicina e non all’Università della Vita.

Categories: Benessere Sanità

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